FTSE MIB ai massimi: cosa ci dice davvero questo numero?

Categoria: Investimenti
Tempo di lettura 4 minuti
Pubblicato il 01/09/2026

La calda estate è stata testimone del ritorno del principale indice italiano di borsa, l'FTSE MIB, sui livelli del record precedente, oltre 50.000 punti, risalente al 2000. È una buona occasione per soffermarci su cosa significa il livello di un indice azionario e chiedersi se la sua variazione rappresenti il rendimento complessivo di un investimento che avesse replicato quell'indice.

L'FTSE MIB è il principale indice azionario italiano. Raccoglie le 40 tra le società quotate su Borsa Italiana di maggiori dimensioni e con azioni maggiormente scambiate sul mercato. È utilizzato per misurare l'andamento generale del mercato azionario italiano.

La sigla FTSE nasce da Financial Times Stock Exchange. Il nome risale alla collaborazione tra il Financial Times e la borsa di Londra, la London Stock Exchange da cui ebbero origine gli indici FTSE. MIB sta invece per "Milano Indice di Borsa". L'indice viene spesso pronunciato "footsie MIB".

La variazione di un indice azionario nel tempo non rappresenta necessariamente il rendimento complessivo che avrebbe ottenuto l'investitore: dipende infatti da ciò che l'indice riflette.

Il footsie MIB di cui si parla normalmente è infatti un indice di prezzo come l'indice delle maggiori società quotate negli Stati Uniti, lo S&P 500.

Tempo fa "intervistammo" l'indice americano lo S&P 500. Una domanda e risposta di quell'intervista ci tornano molto utili in questo momento:

"D: Quali sono le informazioni che di solito non ci fornisce?
R: Sono stato costruito senza che siano rappresentati i guadagni derivanti dai dividendi che le società che mi compongono distribuiscono, mi limito a dare una indicazione su come si sono mossi complessivamente i prezzi delle società sul mercato. Sono un cosiddetto "indice di prezzo". Non rappresento quindi il rendimento di un investimento in azioni, cioè la misura di quanto stanno crescendo i miei risparmi investiti in azioni, che non è dato solo dalla variazione dei prezzi ma anche dai dividendi che si ricevono in qualità di "azionisti". Esistono però numerosi miei parenti, i cosiddetti "indici di rendimento" che tengono conto anche dei dividendi per misurare esattamente la variazione del valore di un investimento in azioni."

Questa risposta ci aiuta a interpretare correttamente l'affermazione secondo cui l'indice italiano FTSE MIB solo questa estate sia tornato ai livelli del 2000.

È costruito secondo la stessa logica dell'S&P 500: riflette la variazione dei prezzi delle azioni delle società incluse nell'indice, ma non incorpora i dividendi, cioè i guadagni distribuiti dalle società agli azionisti. Nel caso italiano, questi dividendi possono essere rilevanti. Basti pensare che il dividend yield, cioè il rapporto tra i dividendi e il valore dell'indice, alla fine di aprile scorso, era superiore al 4 per cento.

Quindi il fatto che il FTSE MIB sia ritornato solo recentemente sui valori del 2000 non significa che chi avesse investito 100 euro al picco di allora avrebbe dovuto aspettare oltre 26 anni per ritrovarsi con gli stessi 100 euro. Nel frattempo, infatti, l'investitore avrebbe ricevuto i dividendi distribuiti dalle società, che il livello dell'indice non considera. Il valore complessivo del suo investimento avrebbe quindi potuto recuperare i 100 euro iniziali molto prima, anche mentre il FTSE MIB continuava a rimanere sotto i livelli del 2000.

Il che porta a una considerazione importante: anche con un indice apparentemente quasi fermo nel tempo, gli investitori possono aver comunque ottenuto un rendimento sull'investimento.

Proprio per capire meglio quanto avrebbe reso un investimento che avesse replicato l'indice, ci viene in aiuto una versione meno nota del FTSE MIB, il cosiddetto FTSE MIB Total Return. Questo indice considera non solo l'andamento dei prezzi, ma anche i dividendi, ipotizzando che vengano reinvestiti. Da marzo 2000 il suo valore è quasi triplicato, con una crescita di oltre il 4 per cento all'anno, dovuta in larghissima parte ai dividendi e al loro reinvestimento: è il meccanismo dell'interesse composto.

È questo il rendimento che avrebbe ottenuto un investitore? Ancora no, perché vanno considerate la tassazione sulle plusvalenze eventualmente realizzate, la ritenuta d'imposta applicata ai dividendi e, soprattutto, i costi sostenuti concretamente per investire che generalmente un indice non considera e che possono essere anche molto elevati.

Non è sbagliato, quindi, che le notizie parlino di un indice tornato finalmente ai massimi dopo molti anni. È però importante ricordare che spesso si riferiscono a un indice che considera solo la variazione dei prezzi delle azioni, che sono solo una parte del rendimento complessivo di un investimento azionario.

Due indici possono riferirsi allo stesso mercato e raccontare storie molto diverse. Prima di confrontare due numeri, quindi, bisogna sapere che cosa c'è dentro - e che cosa è rimasto fuori. Ed è proprio questo uno degli obiettivi dell'educazione finanziaria: aiutarci a leggere le informazioni economiche con maggiore consapevolezza.

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